
C’è un edificio nella golena del Reno, situato all’altezza della curva di Via Cremona che porta al Cantone, di una bellezza unica. Per vederlo bisogna salire sull’argine; c’è una piccola boscaglia e lì nascosto c’è il tetto, ormai sfondato, di questo antico fabbricato che si sviluppa in gran parte dentro alla golena. Si affaccia verso il fiume con un semplice ma sontuoso porticato, mentre il piano nobile ha una finestratura regolare. Dalla documentazione storica che ho recuperato su internet (http://www.pianurareno.org/?q=node/2353), si tratta di una chiusa degli inizi dell’800 che serviva per alimentare, nonché far defluire nel Reno, i canali di irrigazione di una vasta area localizzabile dove oggi c’è il Cantone.


Si trattava di terre strappate alle paludi, per questo arginate, e nelle quali si sviluppò una agricoltura di stampo industriale: non più mezzadri che lavoravano un appezzamento in affitto, ma braccianti alle dipendenze di un padrone. Erano per lo più risaie, impiantate dall’immobiliare Antonio Aldini; “immobiliare” sì, perché Aldini non era nobile, ma acquistava terre e la sua fortuna si basò sulla sfortuna degli ordini ecclesiastici che in quegli anni venivano chiusi da Napoleone e i cui terreni veniva confiscati e poi venduti all’asta.

Siamo nelle terre del Ducato di Galliera, che prende il nome da una famiglia genovese molto vicina agli Orleans francesi (nel 1866 i titoli di Principe d’Orleans e di Duca di Galliera vennero imposti ad un’unica persona) e che avevano delle tenute vastissime. Galliera è il nome di un ospedale di Genova, a Parigi c’è il Museo Galliera (museo della moda) il quale è fiancheggiato dalla “Rue Galliera” e a Bologna il palazzo della prefettura era un tempo il Palazzo Galliera.
LA CHIUSA ALDINA CADE A PEZZI !!

Questa, come altri manufatti storici situati in golena, pare non abbiano futuro. Che dire, infatti, della sorte della ex-colonia? Sappiamo tutti quanto sia importante per la storia pievese e basta fare un giro, magari al tramonto quando il sole avvolge con un caldo arancione il cemento armato che la eregge, per rendersi conto della bellezza di questo edificio.
Non ci sono i soldi …
… o forse ci sono altre priorità (vedi post “Ma che roba è?”)! La formica lavora un’estate intera per raccogliere provviste che le consentiranno di superare l’inverno. Qualcuno ha mai pensato a costituire un fondo per racimolare – negli anni – i soldi che potrebbero servire a recuperare questi edifici? Secondo me, no; perché forse, in fondo, siamo delle cicale che preferiamo pensare all’oggi per poi andare a piangere briciole nel momento del bisogno.
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